Brexit: un voto generazionale


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Sarà l’effetto sorpresa, sarà perché è giunto inaspettato, di sicuro è un voto epocale.

Neppure i padri fondatori dell’Europa Unita si erano posti il problema di prendere in considerazione una eventualità simile.

I loro principi erano talmente orientati, dopo la fine di una sanguinosa e irrazionale guerra “alla pace, l’unità e la prosperità in Europa” che non hanno neppure immaginato lo scenario che invece ci troviamo ora d’innanzi.

Col passare degli anni, i continui compromessi indispensabili in Democrazia, hanno fatto si che si siano diffusi e riaffiorino mai come in questo momento, gli astii e i rancori dovuti alle rinunce fatte che hanno portato alla perdita della veduta del “bene comune”. Con il restringersi dello stesso principo di comunione con altri, messo in comune. Della serie se non volete più giocare come dico io mi riprendo i miei giochi e vado a casa.

Il primo passo lo ha fatto una confederazioni di nazioni, isolate nei confini terrestri dal continente europeo, tenute assieme da una monarchia, definita ora “costituzionale”, con quasi 12 secoli di storia, sempre più criticata ma pur sempre amata della maggioranza dei sudditi, balsone ed emblema di una storia passata.

Un popolo che, nonostante tutto, ha dato impulso determinante negli ultimi secoli alla umanità con, ad esempio, la rivoluzione industriale, la rivoluzione culturale degli anni ’70 contribuendo a determinare cambiamenti epocali nel modo di vivere, nel concetto di libertà in senso lato, e ancor oggi alla “rivoluzione europea”.

Si, “rivoluzione europea” perché il voto del 24 giugno 2016 influenzerà comunque il modo di fare Unione Europea.

La influenzerà perché, dopo quella decisione democratica e inaspettata, le regole che ispirano l’essenza della comunità europea andranno definite in modo più preciso e dovranno prendere in considerazione anche la possibilità che un popolo non le accetti, dopo aver fatto parte della squadra, possa prendere in considerazione di abbandonare il gruppo per tornare a correre da sola.

Al di la degli effetti economici, dei quali si sta parlando diffusamente ed a mio avviso a sproposito in questi giorni, perché 1) troppo vicini al voto e 2) senza che se ne conoscano le reali portate e conseguenze, proprio perché non previsto, forse quarant’anni di compromessi hanno portato a tanti e tali vincoli e condizioni che nessuno conosce veramente le conseguenze di quello che si sta facendo, (ma allora che cosa stanno a fare i parlamentari europei io mi chiedo), mi soffermerei sull’aspetto demografico che attualmente si sta analizzando del voto di quella che oramai sarà ricordato come il BrExit Day.

E’ oramai consolidato che la maggioranza dei giovani ha votato per restare in Europa, i giovani sono i motore del cambiamento, coloro che guardano avanti e fanno progetti per il loro futuro. Quei giovani che hanno voglia di esplorare, confrontarsi e capire nuovi modi di pensare, di vivere e di interagire. Quei giovani che analizzano, criticano e cambiano i loro valori, le loro tradizioni e le loro culture per integrarsi in un mondo sempre più piccolo, vicino a portata di un click.

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Chi ha contribuito in modo determinante (il 61% dei votanti) al risultato del si alla Brexit invece sono persone dai 50 anni in su, persone che si ritengono arrivate e che hanno più dimestichezza con i ricordi che con le aspirazioni. Gente che si è ritagliata il suo spazio col duro lavoro quotidiano e che non vuole cedere i diritti acquisiti fino ad oggi per un cambiamento incerto del domani.

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Il detto popolare che mi ritorna in mente in questa situazione è: “chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa ciò che perde ma non sa ciò che trova”.

Sembra quindi sia stato un voto generazionale. L’eterno scontro padri – figli.

Ma se i padri sono quelli con più di 50 anni, sono anche quelli che hanno partecipato alle contestazioni del ’68. Se hanno fatto il ’68, hanno sfilato, dimostrato, lottato, partecipato, dibattuto e dibattuto per portare idee nuove in quella che allora era la società dell’immobilismo da combattere, quella dei loro padri.

Che fine hanno fatto quegli ideali che hanno portato i 50enni di oggi a sfidare l’ordine costituito, in modo non sempre pacifico, a gridare le loro idee e le loro aspirazioni di cambiamento?

Cosa è cambiato per fa si che ora si siano chiusi dietro allo status quo?

Stanchi di combattere, delusi dai risultati, sfiniti per il venir meno delle risorse da dedicare agli ideali e costretti a da riversarle nella routine dell’ego, giustificato superficialmente come casa, lavoro, famiglia.

O forse c’è dell’altro?

Forse ha prevalso la tendenza non più di prevalenza della politica italiana, di delegare le decisioni importanti per non essere costretti a esporsi e a prendersi la responsabilità dei propri errori.

Si perché in democrazia fin che c’è da prendere decisioni “inter nos” chi se ne frega se sono impopolari, tanto sono prese a maggioranza. Quando invece c’è il rischio di esporsi personalmente e di non essere più riconfermati allora meglio che decida il popolo sovrano. Fare decidere al popolo è rischioso, dispendioso, complicato, se il popolo è un popolo pensante, attento, critico e soprattutto giovane.

Ed è quello che è successo in questi giorni in Gran Bretagna, dove il voto non si è spaccato tra conservatori e laboristi, ma tra giovani e non più giovani, tra persone fresche, attive, curiose e persone culturalmente arrivate, stanche, agiate.

Se ripenso alla storia rivedo la stessa situazione in epoche passate, se penso ai rischi che hanno corso persone che hanno voluto cambiare lo stato delle cose, Marco Polo, Galileo Galilei, Michelangelo Buonarroti, Cristoforo Colombo per affermare le loro idee o visioni ritenute fuori dagli schemi. Per non parlare di tutti quelli che vengono ricordati nel calendario cristiano.

E’ stata soffocata la spinta al cambiamento ideata e messo in pratica da quei Padri Fondatori che per la prima volta, volevano unire popoli diversi sotto una unica bandiera non con una guerra ma con una azione civile e democratica.

  1. Forse il genere umano non è fatto per la democrazia, forse il genere umano risente ancora troppo dell’istinto di sopravvivenza legato ai millenni passati nella dura legge della giungla.
  2. Forse l’essere umano è fatto per essere un genere legato ad una gerarchia di branco.
  3. Forse è giusto così perché di grandi democrazie la storia ne ricorda ben poche al contrario delle grandi dittature ne sono piene i libri con volumi e volumi.

Una cosa è certa comunque: con questa decisione il salto nel vuoto è assicurato.
 

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