Bail In come investire da ora in poi


Bail In: cos’è e cosa cambia?

Scrivo quest’articolo perchè, nonostante se ne senta parlare ormai da tempo e se ne sia parlato spesso in termini “allarmistici”, noto con stupore che, alcuni interlocutori, ancora non sanno bene come comportarsi o peggio non si pongono il problema. Altri invece, si sono posti il problema e sono andati a chedere alla loro banca informazioni sulla solidità della stessa, della serie chiedo all’oste se il suo vino è buono.

bail-in sondaggio

Dal 1° gennaio è entrata in vigore la direttiva europea emanata il 15 maggio 2014 (DIRETTIVA 2014/59/UE o “Banking Recovery and Resolution”) che stabilisce le regole per prevenire e gestire le crisi bancarie.

Questa direttiva ha introdotto il concetto di Bail In che, tradotto in italiano si può definire come “salvataggio interno”.

Se fino a prima la Banca d’Italia, aveva l’obbligo di vigilanza, ora dispone di strumenti operativi per far fronte alla crisi di una banca o di un intermediario finanziario:

  1. l’amministrazione straordinaria, che mira a risolvere la crisi sostituendo gli organi di governo della banca;
  2. la liquidazione coatta amministrativa, che mira a liquidare la società, quando è possibile vendendone nel giro di poche ore il patrimonio (ad esempio, gli sportelli bancari, con i connessi rapporti con i clienti) mentre l’impresa è ancora in attività. A titolo d’esempio, come successo per il Banco di Napoli e il Banco Ambrosiano.

A livello mondiale il caso Lehman Brothers ha scoperto il nervo della credibilità e della solidità dei bilanci bancari che ha fatto sentire i suoi effetti in tutto il mondo. Tutte le crisi bancarie sono state risolte dai governi con centinaia di migliaia di dollari o euro, i quali hanno contribuito in modo immediato e imprevisto ad alzare il debito pubblico dei paesi coinvolti nei salvataggi bancari, l’Irlanda ne è un esempio palese, con la conseguenza che ora le banche non sono giudicate per la loro solidità, ma anche per la solidità del sistema paese in cui hanno sede. La riprova sono le banche tedesche, indebitate con investimenti a leva finanziaria (speculo su titoli che non ho o non voglio acquistare e per i quali chiedo un prestito sperando di guadagnarci e ripagare il prestito iniziale) su titoli che si sono rivelati NPL o Non Performing Loans (prestiti non performanti, non proprio un buon affare da parte delle banche, o dei loro rappresentanti).

La Exit Strategy.

La BCE per le banche più grandi e Banca d’Italia per quelle di minore dimensione, dovranno approvare un “piano di risanamento”, che preveda in anticipo (e in dettaglio) cosa fare se si verificano problemi, interni o esterni per evitare di dover prendere decisioni “non contemplate” e spesso inefficaci. Poi si dovrà predisporre un “piano di risoluzione”, che, analizzate le caratteristiche della singola banca, individua le azioni più adatte e le attua nei confronti dell’intermediario in crisi. Ed infine quando l’intermediario viola o sta per violare regole prudenziali, l’autorità di vigilanza può dare ordini agli amministratori, li può rimuovere assieme al top management e agli organi di controllo, e li può affiancarle o (più verosimilmente) sostituire con uno o più amministratori temporanei.

Ma se nonostante tutto ci si trovasse di fronte all’atto compiuto?

Scatta la risoluzione del problema, perché le banche non si liquidano ma si “risolvono”. Quindi scattano una serie di provvedimenti al fine di evitare la chiusura degli sportelli e di ogni attività della banca in difficoltà.

Nell’arco di poche ore (di solito nel fine-settimana, a mercati chiusi), infatti, l’autorità potrà:

  1. vendere tutto o in parte il patrimonio della banca, o separare le sue attività;
  2. trasferire tutto o in parte il patrimonio della banca, a un ente-ponte che si fa carico delle attività della banca in crisi, in attesa di trovare una collocazione definitiva per gli asset della banca;
  3. trasferire la proprietà della banca ai suoi creditori, facendoli diventare azionisti e cancellando o diluendo significativamente i suoi vecchi soci (si tratta del famigerato “bail in”);
  4. adottare strumenti pubblici di stabilizzazione finanziaria, quando l’applicazione degli strumenti di risoluzione non fosse ancora sufficiente a evitare rischi per la stabilità finanziaria o a tutelare un interesse pubblico.

Bail In ora cosa succede?

Da ora in poi diventa importantissimo informarsi su di una serie di fattori che, volenti o nolenti, dobbiamo prendere in considerazione se vogliamo continuare ad accarezzare il nostro risparmio con una certa tranquillità.

La mia banca è sicura, non esiste più “a prescindere“, o ci si ostina a nascondere la testa sotto la sabbia o ci si informa. Se ci si informa, entrano in campo fattori tecnici da capire ma anche una buona dose di buon senso.

Dall’inizio dell’anno siamo stati bombardati da nuove sigle e acronimi, il più sbandierato è il CET1 RATIO (Common Equity Tier 1) che, di per se non costituisce un indicatore assoluto, ma è un “indicatore rapido” per valutare la solidità di una banca e rappresenta il rapporto tra il capitale ordinario di un istituto e le sue “attività ponderate per il rischio”. La BCE ha stabilito che questo indice deve essere superiore ad un minimo dell’8% ma non è univoco per tutti i Paesi; in Italia, ad esempio, deve essere pari ad almeno il 10,5% e, per le banche soggette allo “SREP” (Supervisor Rewiew and Evaluation Process), lo stesso valore può variare nel tempo. Ma, proprio perché il CET1 RATIO è un “indicatore rapido“, per determinare adeguatamente la solidità di una banca è necessario verificare anche il peso dei “crediti deteriorati” (crediti inesigibili) sul totale dei prestiti erogati, al netto degli accantonamenti effettuati per coprire gli stessi a parità di attività svolta, perché non è stata fatta distinzione tra banche convenzionali e banche d’investimento, ad esempio.

Altro parametro da considerare col buon senso per evitare di incorrere nel Bail In è quello di guardare cosa fa chi è del mestiere. Fino a qualche anno fa tutti erano esperti di azioni e tutti facevano trading in borsa. Perché ora non stare a guardare cosa fanno gli investitori istituzionali, cioè coloro che muovono capitali importanti e lo fanno di mestiere, su basi professionali, di investire su titoli che hanno le basi per dare rendimenti. Per questa ragione tenere d’occhio come si è comportato in un certo lasso di tempo, non troppo limitato, il prezzo di una azione può rappresentare in indicatore di come sta andando la società, la banca in questo caso, rispetto alla media del suo settore. Molto spesso chi è del settore riesce a reperire informazioni in anticipo sui normali investitori. In pratica nel 100% dei casi, un fallimento bancario è sempre stato preceduto aumenti di volumi e da un crollo dei valori azionari rispetto all’indice di riferimento, mesi se non anni prima dell’evento infausto. In Italia esiste un indice chiamato FTSE Banche, facilmente confrontabile in termini percentuali con l’andamento dei prezzi dei singoli titoli delle banche quotate.

Ultimo, ma non ultimo, indicatore è leggere la cronaca giudiziaria. Il fatto è che non è mai esistito un singolo fallimento bancario che non sia stato preceduto da mesi se non addiritutra da anni di articoli che riguardano o la banca o qualche esponente di rilievo della stessa in cronaca economica e giudiziaria.

Ne Lehaman, ne Man Financial, ne le nostre Banca Itallease, Banca Marche, Banca Spoleto, Banca Etruria, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, sono state fulmini a ciel sereno. Prima dell’evento c’è sempre stata una gigantesca storia di cronaca sui giornali locali o sui media di portata equivalente alle dimensioni della banca impossibile da non sentire o leggere.

Il mio consiglio:

Se hai avuto la costanza di seguirmi fino in fondo a questo articolo, ora hai la possibilità di scegliere: o fai come lo struzzo che aspetta che passi la tempesta nascondendo la testa sotto la sabbia o inizi ad informarti e cerchi una soluzione, perché il mio consiglio è: se non lo fai per te, fallo almeno per coloro che di te si fidano.

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